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Postato by on 3 Dic, 2015 in Il Punto, Prima Pagina | 0 Commenti

In ricordo di Tahir Elci

In ricordo di Tahir Elci

Di Luigi Langella

Qual è l’identikit dell’avvocato nell’immaginario collettivo di oggi? Se provate a chiederlo ad un’adolescente impelagato negli anni bellissimi e frenetici delle scuole superiori, forse vi citerà l’azzeccagarbugli di manzoniana memoria. Oppure, più prosaicamente, vi parlerà di Saul Goodman, l’ ”attorney at law” cinico e impudente della serie televisiva di culto Breaking Bad. Se fate la stessa domanda ad un adulto probabilmente snocciolerà i nomi di Giulia Bongiorno o Niccolò Ghedini.

Ciascuna di queste figure rende, a suo modo, l’immagine dell’avvocato così com’è percepita dalla stragrande maggioranza delle persone: un professionista freddo, compassato, un garante delle regole e persona di fiducia (del cliente pagante, manco a dirlo) capace di dirimere le controversie più complesse a nostro esclusivo vantaggio. La figura tratteggiata può suscitare indifferenza, fascinazione o addirittura repulsione, ma indubbiamente non colpisce l’immaginario collettivo né stimola le nostre fantasie: sono sicuro che se chiedete ad un bambino cosa vuole fare da grande, lui vi dirà che vuole diventare un calciatore, un attore, anche un grande scienziato, ma difficilmente vi lascerà basiti rivelandovi che la sua massima aspirazione è quella di indossare una toga e incalzare il testimone di turno circa l’avvenuto pagamento del canone d’affitto mensile.

Poi ci sono le eccezioni.

Forse Tahir Elci da piccolo sognava di diventare un famoso esploratore, o magari si immaginava a Stoccolma, sorridente di fronte alle telecamere mentre gli veniva consegnato il Nobel per la letteratura. Le sue inclinazioni, o forse semplicemente la vita, lo hanno invece portato ad intraprendere la professione di avvocato. Non potremmo mai chiedere a Tahir quali fossero i suoi sogni nel cassetto, perché lui non c’è più. Tahir è caduto durante un comizio a Diyarbakir, la città definita dai curdi stessi come la capitale morale del Kurdistan curdo. A guida dell’associazione degli avvocati locali (sud-est della Turchia), era stato rilasciato dal carcere appena un mese fa, dopo aver subito un arresto per aver dichiarato in diretta televisiva di non ritenere il PKK un’organizzazione terroristica, bensì un’organizzazione politica armata con grande seguito popolare. Nell’occasione gli erano stati comminati sette anni e mezzo di carcere, ma questi evidentemente non erano una pena adeguata agli occhi di chi ha voluto togliergli la vita. Nel suo ultimo discorso prima di essere assassinato, Elci sottolineava le violenze dell’esercito turco a Diyarbakir, perpetrate soprattutto nei confronti dei civili, in un vero e proprio scenario di guerra creato dall’esercito turco nei confronti della resistenza curda.

Tahir era un avvocato ed un curdo.

Avrebbe potuto avere una vita ordinaria e tranquilla come tutti gli avvocati che conoscete, se non fosse appartenuto a quelle 30 milioni di persone che, ad oggi, rappresentano il popolo senza terra più numeroso del mondo. Avrebbe potuto vivere in una tranquilla villetta di periferia organizzando grigliate coi vicini il fine settimana, se non fosse stato per i continui bombardamenti dello stato turco contro i villaggi curdi, che dal 1920 ha provocato finora 35 mila morti e 3 milioni di rifugiati, con la connivenza ed a volte l’esplicito appoggio delle potenze occidentali. Avrebbe avuto amici con cui uscire nel weekend e giocare a calcio, se non fosse stato per la repressione della Turchia nei confronti del PKK che, finora, ha le dimensioni di 10 mila prigionieri politici (compreso il leader del partito Oçalan).

Ma soprattutto Tahir avrebbe potuto essere ancora vivo: si sarebbe potuto convincere, col tempo, di essere soddisfatto di limitarsi ad osservare e sarebbe invecchiato, diventando un essere umano sempre più arido. Lui però era un avvocato, conosceva le leggi e sapeva che quasi mai sono sinonimo di giustizia: sapeva che giustizia significa rischiare tutto per quello in cui credi. Significa cercare risposte, anche quando è più facile non fare domande. Significa combattere per qualcosa, anche quando nessun altro vuole combattere insieme a te. Elci purtroppo ha pagato il prezzo più alto, ma forse, solo forse, quando domani una mamma racconterà la sua storia ad un bambino che avrà la pazienza di ascoltare, questi potrebbe sorprenderla: potrebbe esprimere il desiderio di diventare un avvocato.

Come Tahir.

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