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Postato by on 6 Mar, 2016 in Qui Castellammare | 0 Commenti

La Collina di Varano ritornerà agli stabiesi

La Collina di Varano ritornerà agli stabiesi

Castellammare sono giunte le prime tre sentenze da parte del Consiglio di Stato che danno ragione al Ministero per i beni e le attività culturali, Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia sui vincoli esistenti nell’area archeologica dove sorgono gli Scavi dell’antica Stabia. “Per la sua conformazione orografica- scrive lo storico Pippo D’Angelo-  la città di Castellammare è, per così dire, conformata su due livelli. Una collina a forma semicircolare che l’avvolge, da Pozzano, le Fratte, Quisisana, Monte Coppola, Scanzano, Varano, e una pianura, stretta all’inizio, sul lato sud, che man mano si amplia procedendo verso nord, formata prevalentemente da una serie di piattaforme alluvionali.  E’ da presumere che nell’antichitá la pianura fosse molto più esigua di oggi, per cui i primi abitanti delle nostre terre edificarono le proprie abitazioni proprio sulla collina”  Sullo stesso terreno dove oggi sorge Varano, nell’antichità sorgeva l’antica città romana di Stabiae, distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., insieme a Pompei ed Ercolano. Li dove un tempo sorgevano prevalentemente case rurali dedicate all’agricoltura e alla pastorizia tra gli anni ottanta e il duemila è stato un fiorire di ristoranti, alberghi, bar, pizzerie. Da sempre oggetto di un braccio di ferro tra istituzioni e cittadini che lì vivono e hanno costruito case e attività redditizie  ora è arrivata una sentenza del Consiglio di Stato che da ragione al Ministero guidato da Dario Franceschini.

Ecco il testo della Sentenza  : sul ricorso numero di registro generale 636 del 2015, proposto da Ministero per i beni e le attività culturali, Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura generale dello Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi, 12
contro xxxx  rappresentato e difeso dall’avvocato Andrea Abbamonte, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, Via degli Avignonesi, 5
per la riforma della sentenza del T.A.R. della Campania, Sezione VII, n. 3115/2014

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio di Pasquale Del Sorbo;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 1 dicembre 2015 il Cons. Claudio Contessa e uditi per le parti l’avvocato dello Stato Garofoli e l’avvocato Abbamonte
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO
Con ricorso proposto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale della Campania e recante il n. 5132/2010 il signor xxxx premesso di essere proprietaria di un piccolo fondo in Castellammare di Stabia,  riferiva che:
– con istanza presentata nel corso del 2009 aveva chiesto alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei notizie in ordine alla sussistenza di un vincolo archeologico sul terreno in questione;
– che, a seguito di sentenza del Tribunale amministrativo della Campania, n. 5567 del 14 ottobre 2009, di accoglimento del ricorso avverso il silenzio serbato dall’amministrazione sulla sua richiesta, la Soprintendenza comunicava (con nota in data 3 giugno 2010) che con decreto ministeriale in data 23 ottobre 1962 era stata dichiarato l’interesse particolarmente importante del “Vecchio Fondo Girace” comprendente le particelle 2536 e 2537 (ex p.lla 40/A –recte: 430/A -).
La nota della Soprintendenza veniva impugnata dal signor xxxx dinanzi al Tribunale amministrativo regionale della Campania il quale, con la sentenza in epigrafe, accoglieva il ricorso e ne disponeva l’annullamento.
La sentenza in questione è stata impugnata in appello dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo il quale ne ha chiesto la riforma articolando due motivi di appello.
Con il primo motivo il Ministero appellante osserva che il ricorso di primo grado avrebbe dovuto essere dichiarato tardivo per essere il vincolo archeologico interessante (anche) le particelle 2536 e 2537 noto all’appellante ben prima dei sessanta giorni anteriori alla proposizione del ricorso di primo grado.
Al riguardo il Ministero osserva:
– che, allorquando madre e dante causa dell’appellato acquisì il fondo per cui è causa (1975), l’atto di acquisto precisava che “detto terreno è assoggettato al vincolo archeologico”;
– che l’esistenza del vincolo risultava anche dalla trascrizione dell’ottobre 1962 richiesta dal Ministero della pubblica istruzione;
– che l’odierno appellato, nel corso degli anni Novanta del Novecento, aveva a propria volta effettuato interventi abusivi sull’area e che, nel sanzionare tali abusi, il Comune di Castellammare di Stabia e la locale Soprintendenza avevano altresì richiamato il vincolo insistente sull’area ai sensi della l. n. 1089 del 1939.
Quindi, non sarebbe esatta l’affermazione del primo giudice secondo cui non vi sarebbe in atti la prova del fatto che l’appellata xxx avesse preso piena conoscenza del vincolo archeologico che interessa l’area più di sessanta giorni prima la proposizione del ricorso n. 5131/2010.
Con il secondo motivo il Ministero appellante chiede la riforma della sentenza in epigrafe per la parte in cui il primo giudice ha ritenuto che l’impugnato atto in data 3 giugno 2010 fosse illegittimo per avere erroneamente indicato che le particelle di proprietà dell’appellante coincidessero con la pregressa particella 40/A. Al riguardo l’amministrazione osserva che, pur dovendosi dare atto che il compendio per cui è causa coincide con la diversa particella 430/A, ciò che rileva ai fini del decidere è che anche tale particella risulta certamente interessata dal vincolo archeologico di cui al decreto ministeriale del 23 ottobre 1962.
Nel merito, poi, il Ministero appellante chiede la riforma della sentenza per la parte in cui il primo giudice ha affermato che il decreto impositivo del vincolo avrebbe dovuto fornire una motivazione aggravata in considerazione del fatto che, sulle particelle 2536 e 2537 non insistono reperti archeologici.
In tal modo decidendo il primo giudice avrebbe erroneamente omesso di considerare che il decreto impositivo dell’ottobre del 1962 riguardava l’intera è area e che, stante la grande vicinanza delle particelle per cui è causa rispetto ai resti della Villa del Pastore (circa 50 mt.), è del tutto ragionevole che il decreto impositivo abbia interessato anche le particelle in parola.
Si è costituito in giudizio il signor xxxx il quale ha concluso nel senso della reiezione dell’appello e ha altresì riproposto, ai sensi dell’articolo 101 del cod. proc. amm., i motivi già articolati in primo grado e ritenuti assorbiti dal Tribunale amministrativo.
Con ordinanza n. 4754/2015 (resa all’esito della camera di consiglio del 6 ottobre 2015) questo Consiglio di Stato ha disposto una verificazione ai sensi dell’articolo 66 Cod. proc. amm. al fine di chiarire una circostanza determinante ai fini del decidere.
In particolare, è stato chiesto a Direttore dell’Ufficio del territorio di Napoli di rispondere al seguente quesito: “Stabilisca il verificatore se le attuali p.lle 2536 e 2537 del foglio 6 del Comune di Castellammare di Stabia coincida in tutto o in parte con una delle pregresse particelle su cui era stato imposto il vincolo di carattere archeologico di cui al D.M. 23 ottobre 1962, giusta nota di trascrizione in data 22 dicembre 1962 (si tratta delle particelle 40/A, 427, 32, 35, 428 e 430/A)”.
L’Ufficio provinciale del territorio di Napoli ha concluso la verificazione facendo pervenire la nota in data 18 novembre 2015, ove è dato leggere che “dall’esame della documentazione rinvenuta in atti ed allegata alla presente, si evince in maniera inequivocabile che le particelle 2536 e 2537del foglio 6 allegato E del Comune di Castellammare di Stabia, nell’anno 1962, rientravano nella consistenza della particella 430/a della superficie di mq. 5.067 così come individuata nel tipo di frazionamento n. 274 del 15 aprile 1958 e dunque le particelle 2536 e 2537 coincidono in parte con una delle particelle pregresse su cui era stato imposto il vincolo e, nello specifico, coincidono in parte con la particella 430/a così come individuata nel citato frazionamento”. Alla pubblica udienza del 1° dicembre 2015 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
DIRITTO
1. Giunge alla decisione del Collegio il ricorso in appello proposto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo avverso la sentenza del Tribunale amministrativo della Campania con cui è stato accolto il ricorso proposto dal proprietario di un fondo in Castellammare di Stabia (Na) e, per l’effetto, è stata annullata la nota della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei in data 3 giugno 2010 con cui si era stabilito che il fondo in questione è interessato da un vincolo di carattere archeologico imposto con decreto ministeriale del 23 ottobre 1962.
2. L’appello è fondato.
Il primo giudice, chiamato a pronunziarsi sulla tempestività del primo ricorso, ha affermato che non risultasse in atti la piena conoscenza da parte del ricorrente o dei suoi danti causa, del decreto in questione in data anteriore ai sessanta giorni rispetto alla proposizione del ricorso in esame.
Sulla base di tale premessa il primo giudice ha potuto statuire sul merito della questione ritenendo fondato il ricorso proposto dal signor xxx
2.1. Osserva tuttavia il Collegio che le statuizioni in parte qua rese dal Tribunale amministrativo sono da riformare in quanto non suffragate dalla documentazione in atti.
Ed infatti il Ministero appellante ha dimostrato:
– che l’esistenza del vincolo per cui è causa era nota sin dal 1975 alla signora dante causa dell’odierno appellante
– che l’odierno appellato, nel corso degli anni Novanta del Novecento, aveva a propria volta effettuato interventi abusivi sull’area e che, nel sanzionare tali abusi, il Comune di Castellammare di Stabia e la locale Soprintendenza avevano altresì richiamato il vincolo insistente sull’area ai sensi della l. n. 1089 del 1939 (gli atti in questione sono stati anche impugnati in giudizio dall’odierno appellante, il quale ne ha pertanto avuto piena conoscenza).
Al riguardo il Ministero appellante ha condivisibilmente richiamato l’orientamento secondo cui, una volta che l’esistenza del decreto vincolistico sia giunta a conoscenza del proprietario, un successivo atto di trasferimento non può porre l’avente causa in condizione di contestare l’avvenuta conoscenza e quindi di godere di una sostanziale remissione in termini ai fini dell’impugnativa.
E’ stato in particolare affermato che un provvedimento amministrativo di imposizione di un vincolo su un bene è impugnabile innanzi al Tribunale amministrativo o con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro i termini stabiliti dalle legge, che decorrono – per il proprietario o il titolare del diritto reale – dalla data della relativa notifica o della acquisita conoscenza. L’inoppugnabilità del provvedimento impositivo del vincolo si verifica col decorso di tali termini. Un successivo passaggio di proprietà (inter vivos o mortis causa) non rimette in termini l’acquirente, che subentra nella medesima situazione giuridica nella quale si trova il dante causa. Pertanto, l’acquirente del bene sottoposto al vincolo non si avvale della riapertura dei termini di impugnazione: gli atti di trasferimento del bene sono vicende di diritto privato, che non pongono nel nulla la conseguita inoppugnabilità del provvedimento (Cons. Stato, VI, 21 maggio 2013, n. 2707).
2.2. Il ricorso di primo grado deve dunque essere dichiarato tardivo per avere l’appellato xxx contestato la sussistenza del vincolo e le ragioni sottese alla sua imposizione oltre il termine di sessanta giorni da quello in cui egli (e i suoi danti causa) avevano acquisito piena conoscenza del contenuto del provvedimento asseritamente lesivo.
2.3. Nemmeno può essere condivisa la tesi dell’appellato secondo cui sulla questione relativa alla tardività del ricorso di primo grado si sarebbe formato il giudicato per non essere stato puntualmente impugnato il capo della sentenza riportato de extenso a pagina 13 della memoria depositata in data 13 marzo 2015.
Al riguardo ci si limita ad osservare che, per le ragioni dinanzi esposte sub 2.1., l’appellante ha invece chiaramente indicato le circostanze per cui il primo ricorso avrebbe dovuto essere dichiarato tardivo, deducendo tali ragioni in specifici capi del ricorso in appello.
2.4. Quanto appena osservato assume carattere dirimente ai fini del decidere ed esime il Collegio dall’esame puntuale dei motivi di ricorso di primo grado qui puntualmente riproposti dal ricorrente di primo grado ai sensi dell’articolo 101, comma 2, Cod. proc. amm..
2.5. Ai limitati fini che qui rilevano si osserva comunque:
– che i rilievi svolti infra, sub 2.1. rendono irrilevante ai fini del decidere la questione relativa alla ritualità o meno della notifica del vincolo disposta nel 1962 in favore dell’allora proprietario
– che per le medesime ragioni risulta irrilevante ai fini del decidere la ritenuta inopponibilità del vincolo dedotta con il secondo dei motivi riproposti;
– che, ancora per le medesime ragioni, risulta irrilevante ai fini del decidere l’argomento relativo alla radicale invalidità che vizierebbe il decreto del 23 ottobre 1962 per mancanza di firma. A tacer d’altro si osserva comunque che il decreto in atti rappresenta una “copia conforme” all’originale per come attestato dal Capo della Divisione del tempo e che l’appellato non ha addotto alcun elemento atto a porre in dubbio la conformità della copia del decreto versato in atti rispetto all’originale.
3. Fermo il carattere dirimente ai fini del decidere di quanto osservato sub 2.1., il Collegio osserva che la sentenza in epigrafe è altresì meritevole di riforma per la parte in cui ha statuito l’illegittimità dell’atto impositivo del vincolo: i) in quanto sulla particella di proprietà dell’appellata non sarebbero stati effettuati ritrovamenti archeologici; ii) in quanto l’amministrazione non avrebbe adeguatamente motivato l’eventuale sussistenza di un vincolo ai sensi dell’articolo 21 della l. 1° giugno 1939, n. 1089 (Tutela delle cose di interesse artistico o storico).
Al riguardo si osserva:
– che, all’esito dell’istruttoria disposta con ordinanza n. 4754/2015, l’Ufficio provinciale del Territorio di Napoli ha stabilito che “dall’esame della documentazione rinvenuta in atti ed allegata alla presente, si evince in maniera inequivocabile che le particelle 2536 e 2537del foglio 6 allegato E del Comune di Castellammare di Stabia, nell’anno 1962, rientravano nella consistenza della particella 430/a della superficie di mq. 5.067 così come individuata nel tipo di frazionamento n. 274 del 15 aprile 1958 e dunque le particelle 2536 e 2537 coincidono in parte con una delle particelle pregresse su cui era stato imposto il vincolo e, nello specifico, coincidono in parte con la particella 430/a così come individuata nel citato frazionamento”.
– che dalla cartografia in atti (in scala 1:2000) emerge che, effettivamente, le particelle 2536 e 2537 distino appena alcune decine di metri dai principali ritrovamenti archeologici della località Varano del Comune di Castellammare di Stabia;
– che, in base a un condiviso orientamento (peraltro, correttamente richiamato dall’amministrazione appellante), ai fini dell’imposizione di un vincolo indiretto, la continuità dell’area non deve essere intesa in senso solo fisico, né richiedere necessariamente una continuità stilistica o estetica fra le aree, ma può essere invocata anche a tutela della continuità storica tra i monumenti e gli insediamenti circostanti; pertanto, nel caso di una vasta porzione di territorio, di interesse paesistico, archeologico o culturale, non rileva il mero rapporto di continuità fisica dei terreni ai fini della loro inclusione nell’area vincolata e i potere discrezionale di cui l’amministrazione dispone nel fissare l’ampiezza del vincolo indiretto finalizzato a costituire una fascia di rispetto attorno al bene archeologico oggetto di tutela diretta è sindacabile in sede di legittimità soltanto per macroscopica incongruenza ed illogicità (in tal senso –ex multis -: Cons. Stato, VI, 6 settembre 2002, n. 4566; 17 ottobre 2003, n. 6344; 19 gennaio 2007, n. 111; 1 luglio 2009, n. 4270; 6 giugno 2011, n. 3354);
– che non può essere condivisa la tesi del primo giudice secondo cui la scelta di assoggettare a vincolo indiretto un’area (quale quella per cui è causa) comunque caratterizzata da un’accentuata vicinitas con i ritrovamenti oggetto di vincolo diretto dovrebbe essere assistita da una motivazione – per così dire – ‘aggravata’, essendo al contrario sufficiente, e sulla base del richiamato orientamento giurisprudenziale, che tale scelta risulti scevra da profili di palese incongruenza ed illogicità, nello stato insussistenti.
3.1 Anche per tale ragione il ricorso in appello deve essere accolto.
4. Per la ragioni sin qui esposte l’appello in epigrafe deve essere accolto e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, deve essere respinto il primo ricorso.
Il Collegio ritiene che sussistano giusti motivi per disporre l’integrale compensazione delle spese per il doppio grado di giudizio
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso di primo grado.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 1 dicembre 2015 con l’intervento dei magistrati:
Giuseppe Severini, Presidente
Claudio Contessa, Consigliere, Estensore
Gabriella De Michele, Consigliere
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere
Bernhard Lageder, Consigliere

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