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Postato by on 9 Dic, 2015 in Il Punto, Prima Pagina | 0 Commenti

Ricordando Argentina 78

Ricordando Argentina 78

Argentina 78 non solo un mondiale

Di Sergio Castaldi

In questi giorni ricorre l’anniversario dell’assegnazione di campionati mondiali di calcio all’Argentina per l’edizione del 1978: una data da ricordare perché quell’edizione mise sotto i riflettori non solo il massacro di un popolo ma anche il trapasso da una forma di dittatura basata sulle armi ad un’altra fondata sulla supremazia economica mediata dai modelli di consumo. Era il 1964 e a Tokyo in un decisivo round della plenaria dell’esecutivo della Fifa i dirigenti argentini e messicani si accordarono sul fatto che se il mondiale del ’70 fosse stato assegnato in sede di votazione finale al Messico, quello del ’78 sarebbe stato sicuramente organizzato dall’Argentina. In quella data il paese sudamericano era formalmente governato in forma democratica, con un presidente regolarmente eletto e il contestato, ma anche amato, presidente Peròn languiva in esilio sin dal ’55, deposto da un golpe militare; ma il clima era turbolento, cupo, la classe dirigente profondamente divisa, i movimenti sociali estremamente attivi e la società in fermento: tutto ciò, tra elezioni, colpi di mano dell’esercito ed “alzamientos” dei governatori militari delle provincie, aprirono il ritorno al potere di Peròn, fortemente appoggiato dai montoneros, l’ala sinistra del movimento giustizialista, che furono tuttavia emarginati dal potere e fatti oggetto di persecuzione – a partire dal massacro dell’aeroporto di Ezeiza – dall’ala destra dello stesso movimento giustizialista capeggiata da Josè Lopez Rega, leader dell’alleanza di destra della tripla A. Lo scontro che ne seguì diede il pretesto alle Forze armate di intervenire contro il governo attuando il colpo di stato che il 24 marzo del 1976 destituì Isabelita Peròn, subentrata al marito morto di infarto al miocardio, dalle sue funzioni di presidente.
La Junta de Comandantes, rappresentata dai capi delle tre forze armate, iniziò a governare, mediante una complessa e sofisticata struttura, col pugno di ferro adottando i provvedimenti tipici di un governo autoritario e militare ma, almeno sull’organizzazione del mondiale, si distinse per la perizia con la quale mise in moto la macchina che doveva far ben figurare il paese di fronte al proscenio internazionale. Il settore delle forze armate più avanzato, più esperto, più colto ed organizzato era rappresentato dalla marina, la cosiddetta Armada, la quale diede prova di efficienza bellica e di sagacia militare anche nella successiva guerra delle Falklands/Malvinas, nella quale seppe dare, seppur inferiore di mezzi ed attrezzature belliche, una sonora lezione di tattica aeronavale alla Royal Navy , costringendola a battere in ritirata nella battaglia di Goose Green. Dalla marina argentina uscirono, dunque, le forze motrici del regime: nelle sue fila si intuì il grande potenziale propagandistico del mondiale e la spinta propulsiva che diede l’ammiraglio Massera – che meglio di Videla seppe cogliere l’intrinseco valore aggiunto che avrebbe portato un ben riuscito mondiale all’azione di governo ed al riconoscimento internazionale del regime – fu estremamente importante e sfociò nell’istituzione dell’ EAM ’78, l’ente autarchico del mondiale, che, avvalendosi del dinamico talento organizzativo del viceammiraglio Lacoste e dai suoi collaboratori, anch’essi membri della marina, e di un budget illimitato di spesa, riuscì a portare a termine in modo perfetto il suo compito presentando l’Argentina al cospetto del mondo nel migliore dei modi. La marina espresse la sua efficienza anche nella repressione, nella sistematica tortura dei prigionieri politici e nel rapimento e nella scomparsa degli oppositori del regime: gli edifici dell’ESMA ebbero la stessa drammatica funzione dell’Estadio Nacional de Santiago durante il golpe di Pinochet.
Ed in questo clima di terrore, accompagnato da poche e flebili proteste dell’opinione pubblica internazionale, si apriva il mondiale: il primo giugno del ‘78 scendevano in campo allo stadio Monumental di Buenos Aires la Germania occidentale campione del mondo e la Polonia di Lato e Deyna. Il risultato fu un deludente zero a zero ma la partecipazione del pubblico fu molto alta e gli spazi del Monumental praticamente esauriti, la qual cosa fu molto gradita alla giunta militare.
La fase a gironi fu molto bella, caratterizzata da un elevato tasso tecnico e da grande enfasi agonistica, grazie anche al clima, fresco e ventilato, proprio di quelle latitudini. La nostra nazionale capitò in un girone di ferro con Ungheria, Francia e i padroni di casa dell’Argentina. Ci fu assegnata la sede di Mar del Plata, alla foce dell’omonimo estuario e in quello stadio, bellissimo ed accogliente, colmo di entusiasmo dei nostri connazionali di passaporto argentino, superammo brillantemente le squadre europee con una prestazione convincente ed un gioco ampio, aggressivo ed arioso. Battuti i transalpini ed i magiari, ci apprestammo ad incontrare la seleccion nello stadio simbolo del calcio argentino: il Monumental di Buenos Aires. Alle ore 19.15 locali, mezzanotte in Italia, l’arbitro Klein, israeliano, diede il fischio d’inizio in uno stadio stracolmo dove sedevano, uno accanto all’altro, i padri oriundi italiani che tenevano per la nostra nazionale ed i figli argentini che avevano il cuore colmo d’amore per l’albiceleste. La partita fu maschia, molto tattica, giocata prevalentemente a centrocampo con rapide puntate verso entrambe le porte: una di queste, al ventiduesimo del secondo tempo, vide un triangolo da manuale tra Rossi e Bettega con quest’ultimo che infilò la rete difesa da Fillol con un diagonale imprendibile. Lo stadio sembrò esplodere: grande fu l’entusiasmo tra i nostri connazionali, gente di mezza età costretta per la povertà ad emigrare in Argentina, lacrime, ma anche ammirazione tra gli argentini; il tutto condito da scroscianti applausi. La tv argentina censurò, inquadrando solo un pezzo dello stadio, quello immediatamente attaccato alla tribuna d’onore, ma fonti autorevoli, nonché le tv di Spagna e Messico documentarono bene il clima del Monumental, regalandoci un momento di verità e di luce nell’oscurantismo imposto dalle rigide maglie del controllo delle autorità di polizia.
Entrambe le nazionali superarono il turno ma gli azzurri tennero per loro il privilegio di giocare nella capitale, a Buenos Aires, e nel medesimo stadio dove avevano battuto l’Argentina incontrarono le squadre qualificate al secondo turno: l’Olanda, l’Austria e la Germania occidentale. La nostra nazionale esordì con un pareggio stentato a reti bianche con la Germania per poi vincere con una sola rete di scarto con l’Austria, rivelazione del torneo, mentre l’Olanda, con una vittoria a largo margine sulla stessa Austria ed un pareggio per due a due con i tedeschi si teneva in testa alla classifica. Era chiaro che l’accesso alla finale si sarebbe deciso nelle ultime due partite del girone e determinante sarebbe stata la differenza reti in caso di parità di punteggio. La formula del torneo non prevedeva una semifinale: sarebbero andate alla finalissima le prime due classificate di ogni girone mentre le seconde si giocavano la finale di consolazione per il terzo posto. Nell’ultima partita l’Italia incontrava i vicecampioni dell’Olanda, ricca di talenti ma priva del suo asso, Johan Cruijff che aveva disertato il campionato per i timori per la sua sicurezza personale, mentre la Germania incontrava l’Austria, all’apparenza la più morbida del girone. Accadde l’inimmaginabile: l’Austria surclassò la Germania per tre a due dopo una partita entusiasmante, arbitrata ancora una volta benissimo dall’arbitro Klein – che sarà giudice di gara della splendida vittoria dell’Italia sul Brasile quattro anni dopo al Sarrià di Barcellona – conclusa all’88° minuto da un “wundergoal” del centravanti viennese Krankl. La vittoria ebbe tale eco in Austria da essere soprannominata “il miracolo di Cordoba” e la frase pronunciata dal telecronista austriaco Eduard Finger, I Wer’ Narrisch ! (sto diventando pazzo !) resta la più significativa espressione di quella sfida tra due paesi linguisticamente vicini ma espressivamente lontani.
La nostra nazionale, tra le più giovani del torneo, risentì della fatica e della pressione e finì per perdere con due gol splendidi, bisogna dirlo, la partita con gli orange ma grazie alla vittoria dell’Austria sulla Germania ovest riuscì a centrare la finale di consolazione che si sarebbe giocata tre giorni dopo, il 24 giugno, ancora al Monumental di Buenos Aires contro il Brasile. Questi ultimi avevano molto da recriminare: inseriti nel girone dei padroni di casa, sfrattati dagli azzurri a Rosario, avevano superato con brillante facilità e con tre reti di scarto sia il Perù, sia la Polonia e pareggiando a reti bianche con l’Argentina si trovavano in testa al girone con cinque punti e più cinque di differenza reti sull’albiceleste. Quest’ultima, seconda con tre punti e due reti all’attivo, a sua volta aveva battuto con due reti di scarto la Polonia impattando, come già detto, con i verdeoro. Ancora una volta l’accesso alla finalissima si sarebbe deciso all’ultima partita nella quale gli argentini avrebbero incontrato il Perù: la vittoria era scontata ma l’incognita era il risultato. La nazionale di Menotti aveva bisogno di fare cinque gol senza subirne alcuno per accedere direttamente alla finalissima con l’Olanda: l’impresa riuscì. La partita col Perù fu una farsa: il portiere del Perù, Quiroga, di ascendenze argentine, fu accusato di non aver fatto il suo dovere dai brasiliani e di aver favorito almeno quattro dei sei gol messi a segno dagli uomini di Menotti. Alcune fonti rivelarono in quello stesso momento che nelle ore immediatamente precedenti la partita la linea telefonica tra Buenos Aires e Lima risultava essere molto calda e che Videla e Cerutti avevano interloquito più volte nel corso della giornata.
Il campionato, come tutti sappiamo, terminò con la vittoria dell’Argentina: tornati finalmente al Monumental di Buenos Aires, gli uomini di Menotti giocarono una partita vera, esente da infingimenti e si imposero per tre reti a uno sugli olandesi non senza aver sofferto: la vittoria maturò ai supplementari con le decisive reti di Kempes e Bertoni. Quando Daniel Passarella salì le scale della tribuna d’onore per ricevere la coppa dalle mani del presidente della Fifa Joao Havelange, trovò ad accoglierlo la giunta al completo: Videla, Massera ed Agosti alzarono la coppa al cielo esaltando pubblicamente la vittoria e gli uomini che ne erano stati i protagonisti, ma quando poco dopo, al pranzo dato in onore dei vincitori alla Casa Rosada, Alberto Tarantini gli chiese conto di suoi tre amici arrestati dalle forze di sicurezza del ministero dell’interno, Videla lo scansò con una mano senza nemmeno rivolgergli la parola.
La nostra nazionale venne sconfitta dal Brasile e finì il mondiale al quarto posto. Fu un risultato splendido ma il merito della dirigenza della Figc e del commissario tecnico Enzo Bearzot fu quello di aver saputo costruire l’ossatura della nazionale che avrebbe trionfato quattro anni dopo in Spagna e nondimeno di aver regalato uno schema di gioco versatile alla nostra nazionale: gli azzurri giocavano con un libero moderno, Scirea, che sapeva anche attaccare; due terzini che si trasformavano in ali all’occorrenza, oltre ad essere formidabili marcatori, Gentile e Cabrini; uno stopper arcigno, forte fisicamente e tatticamente molto intelligente, Bellugi; un centrocampo abile ed aggressivo, tecnicamente dotato, Tardelli e Benetti; due registi, uno di fascia, Causio con l’altro che fungeva anche da mezzapunta, Antognoni; due formidabili attaccanti, Rossi, centravanti e Bettega, che all’occorrenza dava una mano anche al centrocampo data la sua grande intelligenza tattica. Ed infine, nonostante le critiche, un grande portiere, Dino Zoff: i quattro gol che prese da lontano con l’Olanda ed il Brasile erano imparabili, soprattutto quello di Nelinho nella finale. Fu un gol splendido che, fatte ovviamente le debite proporzioni, replicai io stesso, nelle stesse identiche modalità in una finale dl Torneo dei Quartieri allo stadio Collana di Napoli: vincemmo due a zero ed ebbi l’onore di segnare entrambe le reti. Sul secondo gol – quello alla Nelinho – ebbi la soddisfazione di vedere i quattrocento spettatori assiepati sulle tribune del Collana alzarsi in piedi ed applaudirmi, ed infine ebbi la gioia di aver regalato, insieme ai miei compagni di allora, l’ultima coppa alla nostra Bagnolese prima che ne venisse decretata la fine. Ecco, tutte le storie di calcio, grandi e piccole sono uguali perché parlano della vita, delle emozioni ed è per questo che il calcio è lo sport più bello dl mondo.
Nel prossimo articolo parleremo di come evolve un sistema politico autoritario e forse riusciremo a spiegare meglio di altri – e certamente con più onestà intellettuale – perché ci troviamo in questa situazione. Ad maiora !

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