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Postato by on 30 Ago, 2016 in Almanacco, Prima Pagina | 0 Commenti

Santa Rosa

Santa Rosa

Anche se il calendario ha anticipato di qualche giorno la festa dedicata a Santa Rosa in tanti la festeggiano, come da tradizione , ancora il 30 Agosto.

Ecco la storia di questa Santa di cui in tante portano il nome.

”Rosa fu, sin dai primi anni, una vera contraddizione in questo clima familiare, decisa com’era a seguire solo il divino Maestro sofferente, mite ed umile di cuore. Verso i dodici anni Rosa aveva già compiuto un lungo e aspro cammino ascetico e viveva i primi gradini di unione mistica con Dio. Tuttavia non era una ragazzina chiusa ed asociale, bensì serena, disponibile e utile in casa per tante faccende. Si occupava del giardino, coltivando non solo i fiori coi quali componeva mazzi assai ammirati e richiesti, ma anche erbe medicinali e aromatiche da vendere in città. Rosa abitava vicino al convento dei Frati Predicatori e nella loro chiesa si recava a pregare.

Il luogo preferito era la cappella della Regina del S. Rosario, molto venerata da tutti i Limani con solenni processioni e recite quotidiane del Rosario, a maggio ed ottobre anche per le vie. Fin dall’età di quattordici anni ebbe l’incombenza, che assolverà con entusiasmo per il resto della sua vita, di occuparsi della statua della Vergine cambiandole l’abito nelle solennità secondo l’usanza dell’epoca, preparando corone di fiori e tenendo pulita la cappella.
Fu proprio la Madonna del Rosario ad indicarle chiaramente che doveva essere, come S. Caterina, una Sorella della penitenza del Terz’Ordine laicale domenicano. Così, quando la famiglia si rassegnò al suo rifiuto di matrimonio (non senza averla punita con vere e proprie cinghiate), entrò nel monastero di S. Chiara, dove era badessa una nipote dell’Arcivescovo la quale si senti onorata di accettarla tra le monache. Rosa non era del tutto certa che quella fosse la scelta giusta e quando, accompagnata dal fratello Ferdinando, lasciò la sua casa per il monastero, volle passare a dare l’ultimo saluto alla “sua” Madonna per riceverne il consenso. Pregò a lungo con fervore, poi s’accorse di essere diventata pesante come il piombo. Nemmeno il fratello e il sacrestano chiamato in aiuto riuscirono ad alzarla. Solo quando Rosa promise alla Madonna di tornare a casa, ricevette il sorriso affermativo della Vergine e potè alzarsi.
Guidata spiritualmente dal Padre Juan de Lorenzana e da altri Padri del convento di S. Domenico, si preparò con più aspre penitenze alla sua professione nella Confraternita del Terz’Ordine, che la accolse tra i suoi membri il 10 agosto 1606, donandole la tonaca bianca con lo scapolare, e il manto e il velo neri. A questo atto ufficiale di donazione allo Sposo seguì il sigillo delle nozze mistiche, che ancora una volta ebbe il suo punto culminante nella cappella del Rosario, dove Rosa udì il Bimbo in braccio alla Mamma sorridente dirle con soavità e tenerezza: “Rosa del mio cuore, tu sarai la mia sposa!”. Il suo cuore fu così acceso d’amor divino che credette di morire dalla gioia. Che cosa le mancava ancora per condividere fino all’ultima goccia l’amaro calice della passione del suo Gesù? D’ora in avanti avrebbe partecipato all’angoscia terribile dell’agonia nell’Orto degli Ulivi, avendo l’anima avvolta dalle tenebre più fitte, sentendosi immersa nel peccato e rifiutata da Dio, come una “dannata dell’inferno “.

I confessori, ai quali chiedeva aiuto e conforto, non riuscivano a capirla. La mamma, che la vedeva ogni giorno agonizzare anche fisicamente per un’ora e a volte anche di più, la sgridava perché pensava che le nascondesse qualche male, e faceva intervenire i medici che non potevano trovare rimedi adatti. Passata l’ora tempestosa dell’agonia, Rosa riprendeva la sua vita di sempre: ricamava, rimanendo in continua preghiera e spesso era visitata dal Bambino Gesù col quale intratteneva dolci colloqui, compiva le faccende domestiche, ma soprattutto intensificava le sue eroiche pentitenze per ottenere la salvezza delle anime. Per meglio custodire l’intimità divina nel suo cuore, riuscì ad ottenere un romitorio tutto per sé nel giardino della propria abitazione, uno spazio esiguo da cui usciva solo di sera per tornare in casa; era un luogo freddissimo d’inverno e afoso d’estate, circondato da nugoli di zanzare che non disturbavano lei, ma scoraggiavano chiunque dall’avvicinarsi: qui ella trascorreva ogni giorno ben dodici ore in preghiera.
La celletta e il giardino furono spettatori di molti fatti straordinari, come quando il Salvatore le apparve e le offrì di bere misticamente al suo costato la bevanda inebriante del suo amore. Innamorata com’era dell’Eucarestia, ottenne dai confessori di poter comunicarsi quasi quotidianamente, cosa rara a quei tempi, e nel suo eremitaggio intensificava la preparazione e prolungava il ringraziamento.

Rosa amava Cristo anche nei poveri e nei malati e li accoglieva, li accudiva, li confortava, usando tutti i mezzi a lei possibili. Le fu concessa una stanza della casa per ospitare, una dopo l’altra, le persone bisognose che ricorrevano a lei e per molte invocò la guarigione con la sua preghiera a Gesù Bambino, il “doctorcito”. In quei medesimi anni nel convento di S. Domenico aveva fatto la professione come fratello cooperatore fra Martin de Porres e se anche non esistono documenti testimonianti i loro rapporti, non possiamo non constatare la loro affinità spirituale, sia per vocazione, sia per stile di vita: ambedue apostoli e missionari con la preghiera, il sacrificio nel dono di sé agli altri e la penitenza. Sarà proprio fra Martino a mettere sul capo della salma di Rosa esposta in chiesa, la corona di spine tolta alla statua di S. Caterina, perché non erano riusciti a trovare dei fiori per cingerle il capo.
Rosa trascorse gli ultimi tre anni della sua vita nella casa dei coniugi Gonzalo e Maria de La Masa che ne avevano a lungo desiderato la presenza affinché fosse maestra di vita alle loro tre figlie. Soffriva già di acuti dolori in tutto il corpo e l’unico vantaggio che ne ricavò fu di avere più tempo per pregare, ma le fu penoso il distacco dai luoghi a lei cari e dalle abitudini di vita penitente ormai consolidate. Non avendo più il suo romitorio, si fece costruire una celletta con tavole di legno nel granaio della casa dei suoi ospiti e vi passava intere giornate senza uscirne. In quel periodo subì un massiccio assalto da parte del demonio che in tutti i modi voleva impedirle di portare a termine la conquista di tante anime.
Mancava poco più di un anno alla sua morte quando, per ordine del Padre de Lorenzana, Rosa venne sottoposta ad un rigoroso esame teologico sulla sua vita ascetica e mistica, sulle grazie e sulle visioni ricevute, sulle prove e sugli assalti del demonio, e da esso ne uscì accresciuta la sua fama di santità. Il 1617, ultimo anno della sua vita terrena, fu ancora colmo di grazie sublimi e di sofferenze inaudite, perché il suo “passaggio al Padre” segnasse il culmine del suo dolore e del suo amore per Dio, della sua vittoria sul male e del riscatto d’infinite schiere di anime. Fin da bambina sapeva che sarebbe morta nel giorno della festa di S. Bartolomeo, il 24 agosto, perciò nei giorni precedenti chiese il Viatico e l’Unzione degli infermi e volle che le stendessero sulle coperte lo scapolare domenicano; da suo padre e sua madre che le erano accanto, implorò la benedizione. Le ultime sue parole furono: “Gesù, Gesù, Gesù sia sempre con me”. Le sue spoglie sono ora conservate in un’urna d’argento nella cappella del Rosario dell’omonima basilica di Lima, ove sono sepolti anche S. Martin de Porres e S. Juan Macias”

(fonte eremosantarosadalima)

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